La Narada – Nuova ipotesi sull’origine del mito

Nymphs-or-Naiads
Nymphs-or-Naiads

di Francesco Marcianò

Dalle acque dello Stretto fin su la cima dell’Aspromonte è tutto un susseguirsi di storie, leggende e miti. Storie di figure fantastiche, di eroi o di mostri arrivati da lontano oppure nati qui grazie ad intrecci nuovi. Sirene, ninfe, mostri marini, eroi di mondi imperfetti che hanno dato vita a pagine di libri, a leggende tramandate di padre in figlio. Misteri, soprattutto misteri della notte, del buio e del silenzio che scende tra le montagne dell’Aspromonte quando i pastori tornano stanchi alle loro abitazioni tenendo gli animali da pascolo al loro fianco seguiti dall’unico suono che si ode nella valle: l’eco di qualche campanaccio legato al collo di una capra che si dice serva a tenere lontano gli spiriti maligni perché è proprio al calare della notte che dimorano gli esseri più misteriosi, in queste zone tra pendii, rocce e precipizi attorno ai piccoli centri, ai paesi insidiati da creature sovrumane che vanno a complicare la già inclemente vita dei pastori; creature che seguendo gli spostamenti dell’uomo sono sopravvissute al mutare del tempo e alle condizioni sociali rappresentando il riflesso delle paure umane. Ed è proprio lungo il corso del fiume Amendolea, tra Gallicianò e Roghudi, nel cuore dell’Aspromonte greco, che alcune di queste creature trovano “spazio” e terrore nelle parole, nel timore della perdita: “un ragazzino che era al pascolo con le capre, non è ancora rientrato a casa, è tardi ormai, ìrthe i nìfta, den èchi lùstro ce pos canni ja na delèsci sto spìti…è arrivata la notte, non c’è luce e come fa a rientrare a casa?”.

La sentenza degli anziani è cruda, è triste: “o èppe o tu èfaghe i Naràda, o è caduto da qualche parte o l’ha divorato la Narada”.

 

Ma chi è la Narada?

E’ una donna bellissima, una di quelle creature notturne il cui immaginario è giunto fino a noi dai miti greci, bellissima ma con un unico difetto che la rende riconoscibile e quindi vulnerabile. I Naràde ene jinèke me ta pòdia ‘sce gadàra, le Narade sono donne con i piedi di asina ed è proprio questo particolare che le smaschera impedendogli di raggiungere i propri scopi. Ma quali sono questi scopi? La Narada è antropofaga, si nutre principalmente di bambini che cerca di strappare alle loro madri con ogni sorta di trucco e nello stesso tempo risponde al bisogno primario di “accoppiarsi” per procreare con gli uomini sposati cercando di ucciderne le mogli. Vittime sono perciò bambini, mogli e madri, ma pur essendo capaci di gesta sovrumane, di poter eseguire salti impressionanti, di volare su rami di sambuco, di possedere una forza incredibile e poter modificare la propria voce per fingersi all’occasione amichevoli cummàri, in tutti i racconti si rivelano poco intelligenti, poco scaltre. I loro dispetti e i loro tentativi di soddisfare quei bisogni primari che le spingono ad avvicinarsi all’abitato sono sempre vanificati da scuse spesso banali come si legge nei “Testi Neogreci di Calabria” (G. Rossi Taibi e G. Caracausi, Palermo 1994),  tra i racconti raccolti a Roghùdi: una Narada invitò una donna a lavare i panni al fiume, kummàre, purrò elàte na plìnome?  (commare domani mattina venite a lavare?) ma una volta arrivate lì la donna si accorse che quella in realtà era una Narada e le disse: kummàre, aminàte ‘mam bùndi, avlespetèmu ta rùcha ce to vrastàri, na pao fina sto spìti, jatì mu èmine ecì chàmme to kòscino ce mu to anascìzi to chirìdi, (commare, aspettate un momento, guardatemi la roba e la caldaia, affinché io vada fino a casa, perché mi è rimasto lì a terra il crivello e me lo straccia il porco).

Basterà questa scusa alquanto banale per smontare i piani dell’essere immondo. Rivelano quindi una intelligenza poco vivace e hanno bisogno di nascondersi nell’oscurità, si spostano infatti prevalentemente al calar del sole e scelgono di vivere lungo i corsi d’acqua dolce. Questa particolarità avvicina le Narade alle ninfe greche Naiadi, oltre all’evidente similarità sonora nel nome le accomuna l’essere abitanti dei fiumi, dei torrenti, a differenza delle Nereidi che abitano le “acque marine”. A tal proposito Michele Psello, filosofo bizantino nato a Nicomedia nel 1018 e morto tra il 1078 e il 1096, nel suo trattato “Le opere dei demoni” (ed. Sellerio, Palermo 1989), forse il più completo e noto del Medioevo, racconta di demoni che abitano i luoghi umidi e che si trasformano in uccelli o donne, i greci tali entità le chiamano Naiadi, Nereidi o Driadi tutte di genere femminile. Seguendo la mitologia greca Psello assegna le varie abitazioni indicando le acque marine per le Nereidi, le acque terrestri per le Naiadi e gli alberi per le Driadi. Considerando, quindi, che le Narade (dell’Aspromonte) abitano nei pressi di fiumi e acque dolci (come le Naiadi greche) e i nomi molti simili cominciamo a delineare lentamente la figura della Narada come unione del mito di origini greche portato fin qui dai greci e le successive modifiche dovute a condizioni antropologiche, ambientali e sociali.

Psello continua presentandoci i demoni che si aggirano per luoghi aridi, per lande inospitali (pensiamo alle rocche di Roghùdi, ai pendii di Gallicianò) e che si chiamano Onosceli. Questa figura è a mio avviso il tassello mancante, la chiave per spiegare la trasformazione e l’origine di un nuovo mito tutto aspromontano. Grazie a Onosceli. Infatti, possiamo spiegare la nascita dell’immagine fantastica della Narada e comprendere come questa sia frutto dell’unione di più miti arrivati fino a noi iniziando con i greci aspromontani.

Onosceli, letteralmente “dalle zampe di asina” (όνος + σκέλος), è una donna bellissima e ha in comune con le Narade la bellezza e la parte inferiore del corpo simile a quella di un’asina. E’ Plutarco a svelarci l’arcano, egli racconta che un tale Aristone Aristonimo da Efeso, figlio di Demostrato, a causa del suo odio verso le donne ingravidò un’asina, la quale poi quando fu il tempo partorì una bellissima fanciulla che fu chiamata appunto Onosceli, questo si legge in “Alcuni opusculi de le cose morali del diuino Plutarco” che a sua volta nomina la fonte in Aristotele, nel secondo libro delle cose mirabili.

Appare così evidente che i due miti, arrivati oralmente nelle terre di Aspromonte, ad un certo punto hanno dato vita alla Narada che perde i connotati della bontà (come per le Naiadi greche) e si trasforma in una creatura malvagia e del tutto istintiva. E’ curioso, altresì, sottolineare come a queste figure si possano avvicinare anche le Empuse, mostri soprannaturali femminili che avevano l’abitudine di terrorizzare i viaggiatori o chi percorreva i sentieri, a volte addirittura divorandoli. Potevano mutare l’aspetto per attirare i malcapitati ma a uno sguardo più attento mostravano dei tratti mostruosi che ne rivelavano la vera identità, come una gamba di sterco d’asina e una di bronzo. Tutte queste figure si riferiscono alla cerchia di Ecate.

Tornando, per un attimo ai racconti degli anziani, uno in particolare, riporta l’ordine nel caos, la luce nel buio e il bene vincitore sul male: è quello del ragazzino che si perde tra le montagne di Roghùdi, ma è proprio in quella condizione che riesce a scoprire il segreto che salverà l’intera comunità. Sottraendosi al destino di essere divorato, torna in paese e racconta tutto, chiede di far suonare le campane a mezzanotte e recitando una formula il ragazzino riesce ad uccidere tutte le Narade liberando il futuro dalla paura delle tenebre

ce otu epethànai òle, den mìni cammìa, ejàissa ta fàtti to ste ròkke abucàtu ston potamò*

(e così morirono tutte, non ne restò nessuna, caddero giù sulle rocce fino al fiume).

*Il fattùci mi è stato raccontato dalla compianta poetessa Francesca Tripodi, nativa di Chorìo tu Richudìu.

Arrivano le giornate europee del Patrimonio culturale (22-23 Settembre)

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In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio Culturale è stato organizzato dall’associazione “Bova Life” un doppio convegno di studi sulla Magna Grecia dal titolo GRECIA, MAGNA GRECIA, EUROPA che si svolgerà il 22 Settembre al Museo di Reggio (dalle 15.30) e il 23 Settembre (di mattina) a Bova, nel cuore dell’area grecanica reggina.

Sabato 22 al Museo di Reggio parteciperanno personalità importanti dalla Grecia come l’Ambasciatrice Greca d’Italia, Tasia Athanasiou, e la Direttrice del Museo Bizantino e Cristiano di Atene, Katerina Dellaporta. Sempre sabato il Pofessore Filippo Avilia, dell’Università IULM di Milano, esporrà la sua ricerca dal titolo “La navigazione in Magna Grecia: tra navi e geoarcheologia. Nuovi dati sul porto dell’antica Parthenope”.

Domenica 23 a Bova interverranno il professore Pasquale Amato, dell’Università per stranieri di Reggio Calabria, su “Le pòleis calabresi della Magna Grecia e il loro prezioso contributo alla cultura del Mondo Ellenico”, e del Professore Giuseppe Caridi, dell’Università degli studi di Messina, dal titolo “Calabria e Mezzogiorno dalla fine dell’età bizantina alla dominazione spagnola”.

Bruno Casile, il poeta calabro-greco scoperto da Pasolini

Bruno Casile è considerato uno dei più importanti esponenti della poesia calabro-greca.

Nacque a Bova nel 1923 e la sua notorietà è dovuta alla scoperta della sua Poesia da parte di Pasolini.

Pasolini rimase incantato dall’arte poetica di quest’uomo che esaltava la semplicità della vita “contadina”, un mondo che descriveva con la passione di chi ama visceralmente la propria terra.

Casile è stato anche fondatore dell’associazione culturale “Apodiafazzi” che si è distinta nel territorio reggino per la valorizzazione della lingua calabro-greca con numerose pubblicazioni e attività mirate alla diffusione della lingua, non ultimo il corso “Mathennome tin glossa greka tis Kalavrias” che si sta svolgendo in questi mesi a Reggio.

Riportiamo qui una sua poesia:

EGO’ CE TO FENGARI                                           IO E LA LUNA

O fengari fengaruci                                       Luna,  piccola luna
mera ce nista parpatì ,                                   giorno e notte cammini ,
esù den pai sto spitùci                                   tu non hai una casetta
esù den echi mia  ghiortì .                              tu non hai una festa.
Apotòna ligo ligo                                               Riposati poco poco ,
cathu cathu ode condà                                     siediti,siediti qui vicino ,
na su ipo  ena llogùci  :                                     voglio farti un discorsetto ,
na su ipo ticandì:                                                voglio chiederti qualcosa.
Ti mu leji an don cosmo                                    Che mi dici del mondo
esù ti olo to chorì?                                               tu che lo vedi tutto?
” Poddì àcaro pedimmu                                     ” Molto cattivo, figlio mio,
ma ton ecàmete esì”.                                           ma lo avete fatto voi “.
Pemu ciola possu chrònu                                  Dimmi pure quanti anni
echi esù ti parpati ?                                             sono che cammini?
” Imme jero jerondari                                         ” Sono vecchia, molto vecchia,
arte èchasa ammialò                                           ora ho perso la memoria.
An don cosmo poddà pràmata                          Del mondo molte cose
ivra panda ce chrò                                               ho visto sempre e vedrò ancora,
ma de ssonno na su ipo                                      ma non posso dirti altro
jatì den echo ton kierò                                        perchè non ne ho il tempo”.

L’invasione slava del Peloponneso e la conseguente ondata migratoria ellenica nel Sud Italia.

Alla fine del VI secolo, il popolo degli Avari (di etnia slava) invade la Grecia del Nord, in particolare la Tracia, La Tessaglia e il Peloponneso.

Gli slavi inizialmente tenuti a bada dall’Imperatore di Costantinopoli con il pagamento di un tributo, si abbandonano continuamente a saccheggi e razzie. Così viene deciso l’evacuazione di intere regioni della Grecia verso il meridione d’Italia (Calabria e Sicilia).

In particolare, per quello che ci riguarda, si dice che la popolazione di Patrasso nel Peloponneso, fu trasferita a Reggio Calabria.

Ora, malgrado quello che ci dicono i libri di storia, ovvero che dopo l’occupazione romana Reggio diventa un municipium romano perdendo la sua identità greca, nel VI secolo d.C la città conserva ancora la sua lingua greca (altrimenti non avrebbe alcun senso un flusso migratorio greco a Reggio).

Del resto la città faceva parte dell’Impero Bizantino.

Quando gli slavi furono cacciati, dopo 200 anni circa, ovvero nell’806-809 l’Imperatore decretò la restituzione delle terre ai leggittimi proprietari per cui ci sarebbe stata una migrazione di greci di Reggio verso Patrasso.

Potete capire bene che nell’arco di 200 anni successero tante di quelle cose che ovviamente non tutti rientrarono, anzi altri vennero da noi.

Reggio per le fonti ufficiali restò sotto il dominio bizantino fino all’XI secolo, ma ovviamente la lingua si conservò più a lungo arrivando in alcune zone della Chòra reggina fino ai giorni nostri.

Impariamo il Greco di Calabria

Sta per partire, dunque, il corso organizzato da“Accademia del Tempo Libero”, “Apodiafazzi” e “Amici degli archivi e delle biblioteche” dopo una estate di lavoro dedicata alla definizione di tutti i dettagli.

Methennome tin glossa greka tis Kalavria
Methennome tin glossa greka tis Kalavria

Un corso di lingua, storia, cultura e tradizioni Greco/Calabre dedicato ai principianti (primo livello avanzato) e sarà incentrato sull’apprendimento della grammatica e della conversazione in lingua.

Il Corso che avrà inizio mercoledì 19 ottobre 2016, si concluderà nel mese di maggio 2017.

Il corso avrà un costo minimo, previsto solo a titolo di rimborso spese, e quantificato in 10 euro mensili per i soci, e in 15 euro mensili per coloro che non appartengono alle associazioni organizzatrici. Particolarmente gradita la partecipazione dei più giovani che fino a 18 anni potranno accedervi in modo completamente gratuito. Inoltre, al termine del corso, verrà estratto un partecipante che potrà partire gratuitamente per lo stage in Grecia.

Le lezioni si svolgeranno il Mercoledì dalle 18.00 alle 20.00.

Sono previsti seminari con esperti di lingua greco-calabra e gite nell’area grecanica.

Le docenze sono state affidate a docenti di comprovata esperienza e competenza: Filippo Violi, Salvino Nucera, Elisabetta Nucera, Teresa Pietropaolo, Saverio Pazzano, Carmelo Giuseppe Nucera. Il corso si avvarrà, inoltre, nel corso di lezioni speciali, di storici e docenti di chiara fama.

PRESENTAZIONE DOMANDA DI PARTECIPAZIONE

Può essere compilata direttamente in sede presso l’Accaddemia del Tempo Libero:

Auditorium Zanotti Bianco, Via G. Melacrino 34, Reggio Cal. (accanto al pub Malto Gradimento)

CALENDARIO DELLE LEZIONI

POS MATHENNOME TIS GLOSSA GREKA  (COME IMPARIAMO LA LINGUA GRECA)

Corso di 50 ore, 25 lezioni di due ore.

La giornata fissa è il Mercoledi.

Inizio: Mercoledi 19 ottobre – Fine: 24 maggio

Ottobre:         19   26                          (2 lezioni)

Novembre:     9    16     23                  (3 lezioni)

Dicembre:      7    14                           (2 lezioni)

Gennaio:        11    18     25                (3 lezioni)

Febbraio:       1      8      15     22        (4 lezioni)

Marzo:           1      8      15     22        (4 lezioni)

Aprile:           5     12     19                 (3 lezioni)

Maggio:         3      10    17     24        (4 lezioni)

Guerra Italo-Greca (Ellino-Italikò Pòlemo), 1940-41. Quando i calabrogreci si accorsero di combattere contro “fratelli”

La Guerra Italo-Greca è stato un capriccio del Fascismo. Mussolini non voleva sfigurare davanti alle imprese dell’alleato tedesco (se di imprese vogliamo parlare e non di carneficine). Così decise di attaccare e conquistare la Grecia che ai suoi occhi sembrava un bersaglio facile.

Raccolse così la gioventù italiana e la mandò a morire fuori dalla Patria. In Calabria in particolare si volle fare anche una epurazione, cercando di eliminare definitivamente l’elemento calabro-greco che agli occhi del dittatore rendeva più difficile il progetto di un’Italia unita anche culturalmente.

I calabro-greci anzichè essere considerati un patrimonio culturale da preservare divennero un ostacolo e una cultura da eliminare. Privando le famiglie dell’elemento maschile le si privava della storia e delle tradizioni. Questo era l’obiettivo e in gran parte è stato raggiunto.

Tuttavia in grecia i nostri fratelli calabresi trovarono altri fratelli che parlavano la stessa lingua (molti calabro-greci rimasero in Grecia o passarono dalla parte del nemico, almeno così si racconta).

Quelli che riuscirono a ritornare in Calabria raccontavano di una terra chiamata “Ellada” che non avevano mai visto prima e in cui i nemici comprendevano la loro lingua. Inoltre, dopo diversi anni di guerra in Grecia, i calabro-greci avevano imparato ad usare dei termini neo-greci che non sono presenti nella lingua grecanica e crearono anche delle situazioni imbarazzanti (Per esempio nel neo greco “Katsiki” vuol dire “capra” ma in italiano suona come una parola da evitare). Acquisirono molte nuove parole:

  • “tòra” per dire ora (anzichè “arte” del calabro-greco che deriva dal greco antico)
  • “piruni” per dire forchetta (anzichè “forketa” del greco-calabro)
  • “paputsi” per dire scarpa

è normale che vivendo a stretto contatto con i greci moderni i calabro-greci si trovarono spesso a loro agio.

A tal proposito ci tengo a sottolineare che oggi in Grecia c’è un forte odio verso i tedeschi ma gli italiani, che comunque combatterono al loro fianco, non sono odiati allo stesso modo, anzi direi quasi per nulla.

Nei paesi greci distrutti e devastati dai tedeschi durante le rappresaglie, gli italiani e anche i calabro-greci mostravano la loro umanità e questo i greci non l’hanno dimenticato.

 

Come ben sapete gli italiani e quindi Mussolini persero la guerra e rientrarono in patria con la coda tra le gambe.

E’ stata scritta dai greci una bella canzone a tal proposito:

Κορόιδο Μουσολίνι – Νίκος Γούναρης

Dèi e Zangrèi: I GRECANICI, GENESI DELLA LORO IDENTITÀ STORICO-LINGUISTICA (Οι Ελληνόφωνοι της Καλαβρίας)

Dei e Zangrei - Pasquale Casile
Dei e Zangrei – Pasquale Casile

Un libro che parla dei greci di Calabria e delle loro tradizioni.

Zangrèi venivano chiamati dagli “italiani”, cioè da coloro la cui cultura originaria era stata cancellata e accusavano ingiustamente i fratelli che avevano mantenuto cultura e lingua greca di essere diversi.

Pasquale Casile propone una versione un po diversa per il termine Zangrei, non dispregiativa ma derivante dal nome con cui i greci antichi si riferivano a coloro che seguivano la religione orfica e il pitagorismo.

Una teoria molto interessante.

Potete scaricarlo liberamente.

Dei e Zangrei: i Grecanici, genesi della loro identità storico-linguistica

Toponomastica calabrese di origine greca

La toponomastica è senz’altro d’aiuto per quello che voglio spiegare ma non tiene conto di tante altre cose, come le nostre tradizioni che sono proprio quelle ad indicarci chi siamo:

Un esempio??? Conoscete i Cudduraci?? Certo che si.
Un alimento diffuso in tutta la Calabria e in Sicilia. Ma da dove viene?
Il termine viene dal greco antico Kullùra che vuol dire Corona (ancora oggi hanno questa forma.)

In Grecia si chiamano Kulurakia (ricorda forse Kudduraci? Ma come mai?)

La Pitta è un alimento che si trova solo in Calabria, Puglia, Sicilia e Grecia.
Ma come mai?

La Tarantella? E’ un antico ballo di origine Magno-Greca (si chiamava Kordax). Tutta la Calabria lo balla….eppure noi con i greci non c’entriamo niente secondo la maggior parte dei reggini.

Ma passiamo alla Toponomastica

1. Amendolea (da Amigdalia che vuole dire Mandorla quindi una valle che in passato era ricca di questo tipo di albero)

2. Cardeto (da Kardìa o Kardià che in greco vuol dire Cuore)

3. Condofuri (Kondochori in greco calabro ovvero piccolo paese)

4. Melito (da Meli che vuol dire miele, quindi paese in cui era determinante la produzione di Miele)

5. Chorìo di Roccaforte del greco (Chorìo o Choriò vuol dire paese ed è frequentissimo in Calabria).

6. Cataforio (Kato = sotto, CataChorìo, ovvero il paese di sotto. Allora infatti era San. Agata il paese principale che stava sull’altura, anch’esso di lingua e cultura greca, anch’esso distrutto).

7. Cerasi (Cerasi in greco vuol dire ciliegi, ovvero paese in cui era presente in abbondanza questo albero e ancora oggi è così)

8. Ortì (dal greco antico orthos = giusto, dritto, corretto. Il paese dei giusti?)

9. Podargoni (Podàrghoni in greco calabro, vuol dire villaggio ai piedi del monte)

10. Aspromonte (Aspro in greco vuol dire bianco, ad indicare che fors ein passato la neve sul monte era perenne)

11. Pentidattilo (Penta = 5 dactilos = dito, Cinque dita. La forma della roccia che domina il paese è quella di una mano)

12. Scilla (Skylla = il mostro dell’Odissea che si pensava che qui dimorasse)

13. Riaci (Riàci in greco-calabro da Ryaki che vuol dire ruscello)

14. Monasteraci (da Monastiri che vuol dire Monastero + aki che in greco serve a formare il diminuitivo. Quindi luogo in cui si trovava un piccolo monastero Ortodosso che dava il nome al paese.)

15. Caulonia (da Kaulon, antica subcolonia di Crotone. Tutte le borgate di questo paese hanno un nome di derivazione greca).

16. Reggio Calabria (Rìghi in greco di Calabria, frattura ovvero punto di rottura tra Calabria e Sicilia)

17. Via Possidonea di Reggio (luogo in cui si trovava il Tempio di Poseidone)

18. Sibari (mantiene il nome dell’antica città greca)

19. Catanzaro (da Katastárion, paese presente anche in Grecia)

20. Crotone (conserva il nome di fondazione greca)

21. Chora tu Vua (oggi Bova la Beta che in greco si legge V è stata sostituita con la B italiana) (la Chora era l’abitato principale di un insieme di paesi)

22. Cirò (fondata dagli abitanti dell’antica Krimisa, oggi Cirò Marina dopo la distruzione operata dai cartaginesi durante le guerre puniche). Un prodotto tipico è la Pitta con la Sardella. La pitta è un alimento prettamente greco che ritroviamo anche in tutti i paesi dell’area grecanica).

E molti altri…alla prossima

Greco di Calabria, un patrimonio da amare e salvaguardare

Il greco di Calabria, detta anche grecanico o lingua grecanica, è una lingua antichissima.

Secondo il glottologo tedesco Gerard Rholfs risale al tempo della Magna Grecia e si è conservata tra la gente dei paesi dell’area grecanica a causa del loro naturale isolamento dal resto del mondo che si è protratto fino all’inizio del ‘900.

Molti di questi paesi sono stati collegati con i grandi centri solo in epoca recente e prima di allora l’unico mezzo per spostarsi da un paese all’altro o da un paese alla campagna in cui si lavorava, era il benedetto Mulo, grande amico del contadino grecanico.

Prima dell’unità d’Italia paesi come Bova, Gallicianò, Roghudi, Pentidattilo, Melito, Condofuri etc.., erano completamente (o quasi) grecofoni, ovvero in essi era il greco la lingua ufficiale.

Ma di quale greco stiamo parlando? Non il greco moderno che non conserva più termini arcaici contenuti invece nel grecanico e che ne testimoniano la sua derivazione dall’antica lingua dei magno-greci di Calabria.

Certo la Calabria ha visto anche la dominazione Bizantina per cui il grecanico contiene molti termini del greco bizantino ma la sua origine è certamente più antica.

Una poesia molto bella, scritta dal poesta grecanico Salvino Nucera, originario di Roghudi, è Irthe I ora (E’ giunta l’ora) che qui vi proponiamo nella doppia versione italiano/greco di Calabria ringraziando sentitamente l’autore per questi magnifici versi e sperando che apprezzi la nostra condivisione.

” Irthe i ora “, di Salvino Nucera

Irthe i ora na choristò, fili.Tipote daclia. Mi arotate pu pao:

den to scero.

Den perro tipote methemu

Afinno ston kerù

ta onira charratimena.

I agapi ja ti zoì

manachì meni.

Pucambù vjenni

en’asteri lamburistò.

 È giunta l’ora del commiato, amici.

Nessuna lacrima.Non chiedete dove andrò:non lo so.

Non porterò nulla con me.

Lascerò al tempo

sogni dispersi.

L’amore per la vita

solo rimane.

Da qualche parte spunterà

una stella lucente.

Continueremo a pubblicare altri articoli su questa magnifica lingua che è il greco di Calabria.

Alla prossima.