Sibari: fu la malaria a farla scomparire?

Sibari fu la più potente Polis della Magna Grecia. Raggiunse una ricchezza smisurata e una popolazione di 300.000 abitanti quando Roma e Atene erano ancora all’inizio della loro storia.
Le storie Sibarite che raccontano degli usi e costumi degli abitanti della Polis venivano raccontate in Ellade durante i Simposi e i banchetti.
Gli storici greci antichi descrivono Sibari come la città della ricchezza e della lussuria i cui abitanti avevano sfidato più volte gli dei, arrivando a organizzare Olimpiade Sibarite per contrapporle a quelle di Olimpia dedicate a Zeus.
La città fu punita con la distruzione da parte di Kroton, altra colonia Achea in Calabria. Fu questa davvero la sorte di Sibari?
Distrutta dai Krotoniati nel 510 a.C che deviarono il corso del fiume Krati perchè vi passasse sopra per cancellare ciò che restava della città distrutta?
Fose la verità non è tutta qui.
alcuni storici stanno mettendo in luce prove rilevanti del fatto che la zona dove sorgeva Sibari, tra due fiumi, il Krati e il Sibari, ovvero la Piana di Sibari era una zona paludosa e malarica già nell’antichità.
Alcuni storici antichi ci informano che i ricchi abitanti della Polis d’estate dovevano ritirarsi nelle Ville in Collina e in Montagna per sfuggire alle zanzare. Probabilmente la malaria mieteva vittime già al tempo in cui la città era potente.
Sebbene fu distrutta davvero dai Krotoniati è possibile che il suo sia stato un lento declino dovuto all’aumentare delle zone paludose e dell’aria insalubre.
Ovvero Sibari forse non scomparve da un giorno all’altro per punizione divina come affermano molti scritti antichi ma la città fu progressivamente abbandonata dagli abitanti che fondarono altre Polis più interne.

Per approfondire consiglio la lettura di questo libro da cui ho preso spunto per l’articolo:

La Zecca di Reggio attraverso i Secoli

La Zecca di Reggio attraverso i secoli
La Zecca di Reggio attraverso i secoli

Una mostra unica nel cuore storico di Reggio, al Teatro Francesco Cilea, espone le monete della Zecca di Reggio dall’età greca classica al periodo di dominazione bizantina, normanna, aragonese e angioina.

La mostra, coordinata dal professore Daniele Castrizio, si avvale di strumenti multimediali all’avanguardia per rendere unica l’esperienza del visitatore.

L’intento è sicuramente quello di far conoscere la storia della città di Reggio e la sua passata grandezza grazie alle monete che, ricordiamo, Reggio ha emesso dal VI secolo a.C fino al XV secolo.

La mostra sarà visitabile fino a Novembre 2015 in orari pomeridiani (17-19).

Altre informazioni sono direttamente reperibili sul sito ufficiale:
La Zecca di Reggio

Stesicoro e la poesia lirica in Magna Grecia

Stesicoro è stato uno dei più importanti lirici greci. Nacque a Metauro (attuale Gioia Tauro in Calabria) circa nel 630 a.C. Il suo vero nome sembra fosse Tisia ma gli fu dato il nome “Stesicoro” in quanto fu il primo a sistemare i canti corali in Triadi (strofe, antistrofe e un epodo).

La sua attività lirica si svolse principalmente a Imera, in Sicilia, dove si trasferì e visse gran parte della sua vita, ma anche in altre città della Magna Grecia (Reggio, Catania etc) e della Grecia (Sparta). Morì a Katane (Catania) forse nel 550 a.C. e lì fu rinvenuto il suo sepolcro monumentale.

Stesicoro, della cui produzione oggi rimangono pochi frammenti, scrisse le sue opere utilizzando il dialetto dorico e fu notevolmente influenzato dai Poemi Omerici i cui miti echeggiano nelle sue opere. Scriveva con uno stile grave, spesso sublime, tant’è che viene oggi ricordato per la sua megaloprépeia che indica appunto una grande capacità di esprimersi nella lirica.

Nuovo allestimento del museo di Reggio: c’è molto lavoro da fare

Sabato 4 luglio è stata inaugurato il piano terra del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Mesi di attesa, dopo la riapertura parziale del Museo con la sola sala dei Bronzi operativa, per assistere ahimè a una cocente delusione.

Il piano terra, dedicato alla Reggio greca e romana, è stato allestito con pochissimi reperti e senza, secondo me, un criterio di esposizione coerente e scientifico.

Le vetrine alte oltre 1 metro e occupate solo nella base (saranno pure moderne ma poco funzionali) non permettono di apprezzare i reperti, peraltro sistemati “a casaccio” e non lo dico solo io. Questa è stata l’opinione di molti visitatori reggini, italiani e stranieri in cui ho letto la delusione dopo tanta attesa.

Le pecche più gravi: i reperti sono sprovvisti di etichetta e dove presente c’è solo la lingua italiana. L’esposizione delle monete è obsoleta rispetto agli altri musei della Magna Grecia (Siracusa, Taranto, Gela). Le vetrine mi sembrano totalmente inadeguate (troppo alte e non valorizzano i reperti ma potrebbe essere un problema di sistemazione pessima).

Credo che chi visita prima il museo di Siracusa, Taranto, Matera, Gela, Vibo Valentia..non possa che constatare che qualcosa al Museo di Reggio è assolutamente da cambiare, dalla scelta dei reperti alla loro collocazione che minimizza il loro valore storico esaltando invece i grandi parallelepipedi bianchi e inutili.

Ovviamente questa vuole essere una critica costruttiva. E’ sempre possibile porre rimedio agli errori ma bisogna farlo con criterio e assumendosi le proprie responsabilità. Dopo tutti i soldi spesi per questo Museo non si può e non ci si deve accontentare. Si deve ottenere il massimo e il cittadino turista deve uscire soddisfatto ma arricchito culturalmente dalla visita al Museo.

Attualmente, non essendoci etichette ne tabelloni che spiegano i reperti (solo i totem per le monete) non ci si può certo fare una cultura dei reperti esposti. Il turista occasionale potrà non notare queste cose ma chi se ne intende almeno un po proverà quello che ho provato io.

Greco di Calabria, un patrimonio da amare e salvaguardare

Il greco di Calabria, detta anche grecanico o lingua grecanica, è una lingua antichissima.

Secondo il glottologo tedesco Gerard Rholfs risale al tempo della Magna Grecia e si è conservata tra la gente dei paesi dell’area grecanica a causa del loro naturale isolamento dal resto del mondo che si è protratto fino all’inizio del ‘900.

Molti di questi paesi sono stati collegati con i grandi centri solo in epoca recente e prima di allora l’unico mezzo per spostarsi da un paese all’altro o da un paese alla campagna in cui si lavorava, era il benedetto Mulo, grande amico del contadino grecanico.

Prima dell’unità d’Italia paesi come Bova, Gallicianò, Roghudi, Pentidattilo, Melito, Condofuri etc.., erano completamente (o quasi) grecofoni, ovvero in essi era il greco la lingua ufficiale.

Ma di quale greco stiamo parlando? Non il greco moderno che non conserva più termini arcaici contenuti invece nel grecanico e che ne testimoniano la sua derivazione dall’antica lingua dei magno-greci di Calabria.

Certo la Calabria ha visto anche la dominazione Bizantina per cui il grecanico contiene molti termini del greco bizantino ma la sua origine è certamente più antica.

Una poesia molto bella, scritta dal poesta grecanico Salvino Nucera, originario di Roghudi, è Irthe I ora (E’ giunta l’ora) che qui vi proponiamo nella doppia versione italiano/greco di Calabria ringraziando sentitamente l’autore per questi magnifici versi e sperando che apprezzi la nostra condivisione.

” Irthe i ora “, di Salvino Nucera

Irthe i ora na choristò, fili.Tipote daclia. Mi arotate pu pao:

den to scero.

Den perro tipote methemu

Afinno ston kerù

ta onira charratimena.

I agapi ja ti zoì

manachì meni.

Pucambù vjenni

en’asteri lamburistò.

 È giunta l’ora del commiato, amici.

Nessuna lacrima.Non chiedete dove andrò:non lo so.

Non porterò nulla con me.

Lascerò al tempo

sogni dispersi.

L’amore per la vita

solo rimane.

Da qualche parte spunterà

una stella lucente.

Continueremo a pubblicare altri articoli su questa magnifica lingua che è il greco di Calabria.

Alla prossima.

Le 100 Case di Locri Epizefiri

Nell’antica Locri Epizefiri, fondata da coloni provenienti dalla Locride greca nel VII secolo a.C, vigeva una società matriarcale. Le ragioni di ciò risalgono alla guerra di Troia.

Quando i greci entrarono a Troia (Ilio), Aiace Oileo profanò il tempio di Atena e stuprò la sacerdotessa Cassandra sull’altare. La vendetta della dea fu tremenda: Aiace fu incenerito da un fulmine appena salito sulla nave che lo avrebbe riportato in Grecia e i suoi compagni furono decimati da una pestilenza che li seguì in Grecia.

L’Oracolo sentenziò che la maledizione sarebbe cessata solo se, per 1000 anni, i locresi avessero inviato ad Ilio ogni anno due giovani vergini, scelte tra le più nobili famiglie, affinchè diventassero sacerdotesse del Tempio di Atena. Quando i Locresi fondarono Locri Epizefiri in Calabria, tra di essi vi erano donne provenienti da tali famiglie che abitarono le famose 100 case e che perpetuarono la tradizione.

Ancora oggi si dice che a Locri esistano i discendenti di queste nobili famiglie greche.

Nosside di Locri
Nosside di Locri – Scultura di Francesco Jerace

Diego Vitrioli e lo Xiphias

Diego Vitrioli è stato un grande uomo di cultura, nato a Reggio Calabria nel 1818 e qui morto nel 1898.

Fu un grande umanista, spesso accostato al Pascoli per la sua attività letteraria. Esordì a soli 25 anni con il poemetto “lo Xiphias” (termine greco che indica il pesce spada) che narra le vicende legate alla caccia del pesce spada nello stretto e in particolare sotto la rocca di Scilla. Questo lavoro gli valse numerosi riconoscimenti e premi. La sua carriera fu un crescendo fino a culminare nella direzione della Bilioteca Civica di Reggio (oggi Biblioteca Comunale Pietro De Nava), da cui fu costretto a dimettersi dopo l’Unità d’Italia poichè giudicato “uomo non liberale”.

Caccia del Pesce Spada nello Stretto di Messina (Scilla)
Caccia del Pesce Spada nello Stretto di Messina. Sullo sfondo la rocca di Scilla

Passò così gli ultimi anni della sua vita ritirato dalla vita pubblica e continuò a scrivere magnifici versi che ancora oggi ne fanno una gloria di Reggio.

I Pinakes Locresi

I pinakes sono tavolette votive prodotte soprattutto a Locri Epizefiri in Calabria.

Il Culto di Demetra e Persefone era molto sentito a Locri, così come quello di Zeus fulminante e probabilmente anche quello di Dioniso.

Molti pinakes rappresentano il rapimento di Persefone da parte di Ade e i due sposi sul carro nuziale.
Quest’ultimo pinakes veniva portato in dono alla dea nelle occasioni di matrimonio da parte delle giovani ragazze locresi che sembra fossero tra le più belle della Magna Grecia tant’è che il tiranno di Siracusa, Dionisio I detto il Vecchio per non confonderlo con il figlio Dionisio il giovane, volle avere una moglie locrese e sposò la bella Doride che gli diede il futuro re di Siracusa, Dionisio II.

L’alleanza tra Locri e Siracusa sancirà anche la definitiva rottura con Reggio (Rhegion) che verrà distrutta pochi anni dopo da Dionisio I.

Il mito della fondazione di Rhegion

Rhegion (Reggio Calabria) fu fondata da coloni greci provenienti da Calcide (Eubea) attorno al 730 a.C.
Grazie allo storico Diodoro Siculo, che scrisse nel I secolo a.C, conosciamo il responso dell’Oracolo di Delphi riguardo al luogo in cui fondare la nuova colonia:

« Laddove l’Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta nel mare, laddove, mentre sbarchi una femmina si unisce ad un maschio, là fonda una città;
il dio ti concede la terra ausone. »

I greci, giunti in prossimità della foce dell’Apsias che corrisponde all’attuale fiumara del Calopinace, videro una Vite avvinghiata ad un Ulivo e ritennero che quello fosse il segno cui l’Oracolo si riferiva.

Reggio fu quindi fondata da gente di stirpe ionica anche se dal VI secolo a.C è attestata in città la presenza del ceppo dorico. Infatti sembra che gente proveniente dalla Messenia nel Peloponneso si unì a quella di stirpe ionica. I messeni acquisirono un ruolo importante in città come dimostra la presa del potere del Tiranno Anassila (o Anassilao) la cui famiglia era originaria della Messenia.

Sotto Anassila (V secolo a.C) Rhegion raggiunse il suo massimo splendore e arrivò a possedere una potente flotta con cui controllava il traffico nello Stretto di Messina.

Anassila conquistò Zancle dirimpettaia di Rhegion e la ribattezzò Messane, in onore delle sue origini, popolandola con gente proveniente dal Peloponneso. Un busto, con ogni probabilità raffigurante Anassila, è conservato al Museo di Messina.