Stesicoro e la poesia lirica in Magna Grecia

Stesicoro è stato uno dei più importanti lirici greci. Nacque a Metauro (attuale Gioia Tauro in Calabria) circa nel 630 a.C. Il suo vero nome sembra fosse Tisia ma gli fu dato il nome “Stesicoro” in quanto fu il primo a sistemare i canti corali in Triadi (strofe, antistrofe e un epodo).

La sua attività lirica si svolse principalmente a Imera, in Sicilia, dove si trasferì e visse gran parte della sua vita, ma anche in altre città della Magna Grecia (Reggio, Catania etc) e della Grecia (Sparta). Morì a Katane (Catania) forse nel 550 a.C. e lì fu rinvenuto il suo sepolcro monumentale.

Stesicoro, della cui produzione oggi rimangono pochi frammenti, scrisse le sue opere utilizzando il dialetto dorico e fu notevolmente influenzato dai Poemi Omerici i cui miti echeggiano nelle sue opere. Scriveva con uno stile grave, spesso sublime, tant’è che viene oggi ricordato per la sua megaloprépeia che indica appunto una grande capacità di esprimersi nella lirica.

Nuovo allestimento del museo di Reggio: c’è molto lavoro da fare

Sabato 4 luglio è stata inaugurato il piano terra del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Mesi di attesa, dopo la riapertura parziale del Museo con la sola sala dei Bronzi operativa, per assistere ahimè a una cocente delusione.

Il piano terra, dedicato alla Reggio greca e romana, è stato allestito con pochissimi reperti e senza, secondo me, un criterio di esposizione coerente e scientifico.

Le vetrine alte oltre 1 metro e occupate solo nella base (saranno pure moderne ma poco funzionali) non permettono di apprezzare i reperti, peraltro sistemati “a casaccio” e non lo dico solo io. Questa è stata l’opinione di molti visitatori reggini, italiani e stranieri in cui ho letto la delusione dopo tanta attesa.

Le pecche più gravi: i reperti sono sprovvisti di etichetta e dove presente c’è solo la lingua italiana. L’esposizione delle monete è obsoleta rispetto agli altri musei della Magna Grecia (Siracusa, Taranto, Gela). Le vetrine mi sembrano totalmente inadeguate (troppo alte e non valorizzano i reperti ma potrebbe essere un problema di sistemazione pessima).

Credo che chi visita prima il museo di Siracusa, Taranto, Matera, Gela, Vibo Valentia..non possa che constatare che qualcosa al Museo di Reggio è assolutamente da cambiare, dalla scelta dei reperti alla loro collocazione che minimizza il loro valore storico esaltando invece i grandi parallelepipedi bianchi e inutili.

Ovviamente questa vuole essere una critica costruttiva. E’ sempre possibile porre rimedio agli errori ma bisogna farlo con criterio e assumendosi le proprie responsabilità. Dopo tutti i soldi spesi per questo Museo non si può e non ci si deve accontentare. Si deve ottenere il massimo e il cittadino turista deve uscire soddisfatto ma arricchito culturalmente dalla visita al Museo.

Attualmente, non essendoci etichette ne tabelloni che spiegano i reperti (solo i totem per le monete) non ci si può certo fare una cultura dei reperti esposti. Il turista occasionale potrà non notare queste cose ma chi se ne intende almeno un po proverà quello che ho provato io.

Greco di Calabria, un patrimonio da amare e salvaguardare

Il greco di Calabria, detta anche grecanico o lingua grecanica, è una lingua antichissima.

Secondo il glottologo tedesco Gerard Rholfs risale al tempo della Magna Grecia e si è conservata tra la gente dei paesi dell’area grecanica a causa del loro naturale isolamento dal resto del mondo che si è protratto fino all’inizio del ‘900.

Molti di questi paesi sono stati collegati con i grandi centri solo in epoca recente e prima di allora l’unico mezzo per spostarsi da un paese all’altro o da un paese alla campagna in cui si lavorava, era il benedetto Mulo, grande amico del contadino grecanico.

Prima dell’unità d’Italia paesi come Bova, Gallicianò, Roghudi, Pentidattilo, Melito, Condofuri etc.., erano completamente (o quasi) grecofoni, ovvero in essi era il greco la lingua ufficiale.

Ma di quale greco stiamo parlando? Non il greco moderno che non conserva più termini arcaici contenuti invece nel grecanico e che ne testimoniano la sua derivazione dall’antica lingua dei magno-greci di Calabria.

Certo la Calabria ha visto anche la dominazione Bizantina per cui il grecanico contiene molti termini del greco bizantino ma la sua origine è certamente più antica.

Una poesia molto bella, scritta dal poesta grecanico Salvino Nucera, originario di Roghudi, è Irthe I ora (E’ giunta l’ora) che qui vi proponiamo nella doppia versione italiano/greco di Calabria ringraziando sentitamente l’autore per questi magnifici versi e sperando che apprezzi la nostra condivisione.

” Irthe i ora “, di Salvino Nucera

Irthe i ora na choristò, fili.Tipote daclia. Mi arotate pu pao:

den to scero.

Den perro tipote methemu

Afinno ston kerù

ta onira charratimena.

I agapi ja ti zoì

manachì meni.

Pucambù vjenni

en’asteri lamburistò.

 È giunta l’ora del commiato, amici.

Nessuna lacrima.Non chiedete dove andrò:non lo so.

Non porterò nulla con me.

Lascerò al tempo

sogni dispersi.

L’amore per la vita

solo rimane.

Da qualche parte spunterà

una stella lucente.

Continueremo a pubblicare altri articoli su questa magnifica lingua che è il greco di Calabria.

Alla prossima.

Le 100 Case di Locri Epizefiri

Nell’antica Locri Epizefiri, fondata da coloni provenienti dalla Locride greca nel VII secolo a.C, vigeva una società matriarcale. Le ragioni di ciò risalgono alla guerra di Troia.

Quando i greci entrarono a Troia (Ilio), Aiace Oileo profanò il tempio di Atena e stuprò la sacerdotessa Cassandra sull’altare. La vendetta della dea fu tremenda: Aiace fu incenerito da un fulmine appena salito sulla nave che lo avrebbe riportato in Grecia e i suoi compagni furono decimati da una pestilenza che li seguì in Grecia.

L’Oracolo sentenziò che la maledizione sarebbe cessata solo se, per 1000 anni, i locresi avessero inviato ad Ilio ogni anno due giovani vergini, scelte tra le più nobili famiglie, affinchè diventassero sacerdotesse del Tempio di Atena. Quando i Locresi fondarono Locri Epizefiri in Calabria, tra di essi vi erano donne provenienti da tali famiglie che abitarono le famose 100 case e che perpetuarono la tradizione.

Ancora oggi si dice che a Locri esistano i discendenti di queste nobili famiglie greche.

Nosside di Locri
Nosside di Locri – Scultura di Francesco Jerace

Diego Vitrioli e lo Xiphias

Diego Vitrioli è stato un grande uomo di cultura, nato a Reggio Calabria nel 1818 e qui morto nel 1898.

Fu un grande umanista, spesso accostato al Pascoli per la sua attività letteraria. Esordì a soli 25 anni con il poemetto “lo Xiphias” (termine greco che indica il pesce spada) che narra le vicende legate alla caccia del pesce spada nello stretto e in particolare sotto la rocca di Scilla. Questo lavoro gli valse numerosi riconoscimenti e premi. La sua carriera fu un crescendo fino a culminare nella direzione della Bilioteca Civica di Reggio (oggi Biblioteca Comunale Pietro De Nava), da cui fu costretto a dimettersi dopo l’Unità d’Italia poichè giudicato “uomo non liberale”.

Caccia del Pesce Spada nello Stretto di Messina (Scilla)
Caccia del Pesce Spada nello Stretto di Messina. Sullo sfondo la rocca di Scilla

Passò così gli ultimi anni della sua vita ritirato dalla vita pubblica e continuò a scrivere magnifici versi che ancora oggi ne fanno una gloria di Reggio.

I Pinakes Locresi

I pinakes sono tavolette votive prodotte soprattutto a Locri Epizefiri in Calabria.

Il Culto di Demetra e Persefone era molto sentito a Locri, così come quello di Zeus fulminante e probabilmente anche quello di Dioniso.

Molti pinakes rappresentano il rapimento di Persefone da parte di Ade e i due sposi sul carro nuziale.
Quest’ultimo pinakes veniva portato in dono alla dea nelle occasioni di matrimonio da parte delle giovani ragazze locresi che sembra fossero tra le più belle della Magna Grecia tant’è che il tiranno di Siracusa, Dionisio I detto il Vecchio per non confonderlo con il figlio Dionisio il giovane, volle avere una moglie locrese e sposò la bella Doride che gli diede il futuro re di Siracusa, Dionisio II.

L’alleanza tra Locri e Siracusa sancirà anche la definitiva rottura con Reggio (Rhegion) che verrà distrutta pochi anni dopo da Dionisio I.

Il mito della fondazione di Rhegion

Rhegion (Reggio Calabria) fu fondata da coloni greci provenienti da Calcide (Eubea) attorno al 730 a.C.
Grazie allo storico Diodoro Siculo, che scrisse nel I secolo a.C, conosciamo il responso dell’Oracolo di Delphi riguardo al luogo in cui fondare la nuova colonia:

« Laddove l’Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta nel mare, laddove, mentre sbarchi una femmina si unisce ad un maschio, là fonda una città;
il dio ti concede la terra ausone. »

I greci, giunti in prossimità della foce dell’Apsias che corrisponde all’attuale fiumara del Calopinace, videro una Vite avvinghiata ad un Ulivo e ritennero che quello fosse il segno cui l’Oracolo si riferiva.

Reggio fu quindi fondata da gente di stirpe ionica anche se dal VI secolo a.C è attestata in città la presenza del ceppo dorico. Infatti sembra che gente proveniente dalla Messenia nel Peloponneso si unì a quella di stirpe ionica. I messeni acquisirono un ruolo importante in città come dimostra la presa del potere del Tiranno Anassila (o Anassilao) la cui famiglia era originaria della Messenia.

Sotto Anassila (V secolo a.C) Rhegion raggiunse il suo massimo splendore e arrivò a possedere una potente flotta con cui controllava il traffico nello Stretto di Messina.

Anassila conquistò Zancle dirimpettaia di Rhegion e la ribattezzò Messane, in onore delle sue origini, popolandola con gente proveniente dal Peloponneso. Un busto, con ogni probabilità raffigurante Anassila, è conservato al Museo di Messina.

La Battaglia della Sagra (VI secolo a.C)

La Battaglia del fiume Sagra fu combattuta dalle Poleis di Locri Epizefiri e Kroton nella metà del VI secolo a.C.

Secondo una teoria la battaglia sarebbe stata combattuta nei pressi di Roccella ionica, tra la rupe su cui sorge oggi il Castello dei Carafa e il mare. In quello spazio stretto, come fece Leonida alle Termopili, i locresi aiutati dai reggini e dalle subcolonie Hipponion e Medma, ebbero ragione dei Krotoniati supportati da Kaulon che erano in numero molto superiore. Le fonti parlano di circa 15.000 tra locresi e alleati e di 130.000 krotoniati.

le acque del Sagra si tinsero di rosso del sangue delle vittime.

I locresi avevano chiesto aiuto anche agli Spartani che risposero ironicamente di affidarsi ai Dioscuri, i gemelli figli di Zeus e Leda. Sta di fatto che i locresi e i reggini giurarono di aver vinto la battaglia proprio grazie all’aiuto dei dioscuri che, giunti con i loro bianchi cavalli avrebbero sgominato l’esercito crotoniate.

In onore loro fu innalzato un tempio a Locri i cuimagnifici resti sono esposti al Museo di Reggio.

Krotone, uscita sconfitta dalla battaglia e risollevatasi anni dopo grazie ai pitagorici, sposterà le sue ambizioni a Nord, verso Sibari e nel 510 riuscirà a conquistarla e distruggerla, ma questa è un’altra storia che presto vi racconteremo…

La lamina orfica di Hipponion

La lamina orfica ritrovata in una tomba dell’antica Hipponion (Vibo Valentia) e risalente al IV secolo a.C. rappresenta un’importante testimonanza del culto delle religioni misteriche in Calabria (forse già in uso prima dell’arrivo dei greci). Si tratta di un reperto unico per lo stato di conservazione in cui ci è pervenuto. Altri esemplari sono stati ritrovati in Calabria (frammenti), in Tessaglia e a Creta.

lamina-orfica-vibo

Riportiamo il testo tradotto della lamina:

Di Mnemosine è questo sepolcro. Quando ti toccherà di morire
andrai alle case ben costrutte di Ade: c’è alla destra un fonte,
e accanto a essa un bianco cipresso diritto;
là scendendo si raffreddano le anime dei morti.
A questa fonte non andare neppure troppo vicino;
ma di fronte troverai fredda acqua che scorre
dalla palude di Mnemosine, e sopra stanno i custodi,
che ti chiederanno nel loro denso cuore
cosa vai cercando nelle tenebre di Ade rovinoso.
Di’ loro: sono figlio della Greve e di Cielo stellante,
sono riarso di sete e muoio; ma date, subito,
fedda acqua che scorre dalla palude di Mnemosine.
E davvero ti mostreranno benevolenza per volere del re di sotto terra;
e davvero ti lasceranno bere dalla palude di Mnemosine;
e infine farai molta strada, per la sacra via che percorrono
gloriosi anche gli altri iniziati e posseduti da Dioniso.

Il testo originale in greco antico:

Μναμοσύνας τόδε ἔργον. ἐπεὶ ἂν μέλληισι θανεῖσται
εἰς Ἀίδαο δόμους εὐήρεας• ἔστ’ ἐπὶ δ<ε>ξιὰ κρήνα,
πὰρ δ’αὐτὰν ἑστακῦα λευκὰ κυπάρισσος•
ἔνθα κατερχόμεναι ψυ(χ)αὶ νεκύων ψύχονται.
ταύτας τᾶς κράνας μηδὲ σχεδὸν ἐγγύθεν ἔλθηις•
πρόσθεν δὲ hεὑρήσεις τᾶς Μναμοσύνας ἀπὸ λίμνας
ψυχρὸν ὕδωρ προρέον• φύλακες δὲ ἐπύπερθεν ἔασι,
hοἳ δέ σε εἰρήσονται ἐν φρασὶ πευκαλίμαισι
ὅττι δὴ ἐξερέεις Ἄιδος σκότους ὀλοέεντος.
εἶπον• ὓός Βαρέας καὶ Οὐρανοῦ ἀστερόεντος,
δίψαι δ’ εἰμ’ αὖος καὶ ἀπόλλυμαι• ἀλλὰ δότ’ ὦ[κα]
ψυχρὸν ὕδωρ π[ρο]ρέον τῆς Μνημοσύνης ἀπὸ λίμ[νης].
καὶ δή τοι ἐρέουσιν hὑπο χθονίωι βασιλεί[αι].
καὶ δή τοι δώσουσι πιεῖν τᾶς Μναμοσύνας λίμνας•
καὶ δὴ καὶ σὺχνὸν hὁδὸν ἔρχεα<ι> hἅν τε καὶ ἄλλοι
μύσται καὶ βά(κ)χοι hἱερὰν στείχουσι κλεινοί.

La laminetta che veniva deposta, piegata in 4 parti, sul petto del defunto che in questo caso era una fanciulla di nobile famiglia, aveva lo scopo di accompagnare la sua anima e guidarla nel regno di Ade.

La recente ristrutturazione dei locali del Museo Archeologico di Vibo, allestiti all’interno del Castello Normanno Svevo, ha dato molta importanza a questo reperto. E’ stato introdotto anche un sottofondo audio che recita il testo della lamina creando un’atmosfera davvero suggestiva.

Molti studi sono stati fatti sulla lamina di Vibo e altri sono ancora in corso di pubblicazione. Vi terremo aggiornati.