Le gru di Ibico

Ibico è stato uno dei più grandi poeti greci di età classica.
Nacque a Reggio nel 570 a.C da una famiglia aristocratica. Fu allievo di Stesicoro e divenuto adulto era già noto a Reggio come un grande poeta. In quel periodo però si sa che erano soprattutto i Tiranni a desiderare gli elogi dei poeti e Reggio era retta da un sistema oligarchico.

Monumento a Ibico sul Lungomare di Reggio C.
Monumento a Ibico sul Lungomare di Reggio C.

Per questo Ibico si trasferì in Grecia, nella città di Samo alla corte del Tiranno Policrate. Qui conobbe anche l’altro grande lirico greco Anacreonte.
Ibico è annoverato tra i 9 grandi lirici greci.
La morte
Secondo le fonti morì a Corinto nel 522 a.C, ucciso da due ladri che volevano derubarlo. In punto di morte vide volare uno stormo di Gru e le pregò di vendicarlo.
Così pochi giorni dopo la notizia arrivò a Corinto e la gente ne fu sconvolta.

Le gru di Ibico
Le gru di Ibico


IL destino volle che durante uno spettacolo al teatro, a cui assistevano anche i due ladri contenti del loro bottino, uno stormo di gru passò sopra al teatro. Uno dei due affermò: <<Guarda, i vendicatori di Ibico!!>> lasciandosi scappare una risata.
Le persone che erano accanto a loro capirono subito il misfatto compiuto. I due ladroni furono denunciati e condannati a morte.

Guerra Italo-Greca (Ellino-Italikò Pòlemo), 1940-41. Quando i calabrogreci si accorsero di combattere contro “fratelli”

La Guerra Italo-Greca è stato un capriccio del Fascismo. Mussolini non voleva sfigurare davanti alle imprese dell’alleato tedesco (se di imprese vogliamo parlare e non di carneficine). Così decise di attaccare e conquistare la Grecia che ai suoi occhi sembrava un bersaglio facile.

Raccolse così la gioventù italiana e la mandò a morire fuori dalla Patria. In Calabria in particolare si volle fare anche una epurazione, cercando di eliminare definitivamente l’elemento calabro-greco che agli occhi del dittatore rendeva più difficile il progetto di un’Italia unita anche culturalmente.

I calabro-greci anzichè essere considerati un patrimonio culturale da preservare divennero un ostacolo e una cultura da eliminare. Privando le famiglie dell’elemento maschile le si privava della storia e delle tradizioni. Questo era l’obiettivo e in gran parte è stato raggiunto.

Tuttavia in grecia i nostri fratelli calabresi trovarono altri fratelli che parlavano la stessa lingua (molti calabro-greci rimasero in Grecia o passarono dalla parte del nemico, almeno così si racconta).

Quelli che riuscirono a ritornare in Calabria raccontavano di una terra chiamata “Ellada” che non avevano mai visto prima e in cui i nemici comprendevano la loro lingua. Inoltre, dopo diversi anni di guerra in Grecia, i calabro-greci avevano imparato ad usare dei termini neo-greci che non sono presenti nella lingua grecanica e crearono anche delle situazioni imbarazzanti (Per esempio nel neo greco “Katsiki” vuol dire “capra” ma in italiano suona come una parola da evitare). Acquisirono molte nuove parole:

  • “tòra” per dire ora (anzichè “arte” del calabro-greco che deriva dal greco antico)
  • “piruni” per dire forchetta (anzichè “forketa” del greco-calabro)
  • “paputsi” per dire scarpa

è normale che vivendo a stretto contatto con i greci moderni i calabro-greci si trovarono spesso a loro agio.

A tal proposito ci tengo a sottolineare che oggi in Grecia c’è un forte odio verso i tedeschi ma gli italiani, che comunque combatterono al loro fianco, non sono odiati allo stesso modo, anzi direi quasi per nulla.

Nei paesi greci distrutti e devastati dai tedeschi durante le rappresaglie, gli italiani e anche i calabro-greci mostravano la loro umanità e questo i greci non l’hanno dimenticato.

 

Come ben sapete gli italiani e quindi Mussolini persero la guerra e rientrarono in patria con la coda tra le gambe.

E’ stata scritta dai greci una bella canzone a tal proposito:

Κορόιδο Μουσολίνι – Νίκος Γούναρης

Torna al MArRC la Coppa di Varapodio, reperto di età ellenistica di straordinaria importanza

Dopo una lunga assenza (prestito al Metropolitan Museum di New York) torna al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria la “Coppa di Varapodio”, un manufatto di grandissima importanza che testimonia l’alto livello artistico raggiunto dalle popolazioni elleniche della Calabria.

Coppa di Varapodio
Coppa di Varapodio

La Coppa faceva parte di un corredo funebre femminile rinvenuto in una sepoltura detta “a semicamera” nel Comune di  Varapodio all’inizio del secolo scorso e risalente al periodo ellenistico (VI-III secolo a.C.).

Insieme alla coppa sono stati rinvenuti oggetti di terracotta e una coppia di orecchini in oro di straordinaria bellezza (esposti nel Museo accanto alla Coppa).

La Coppa presenta delle decorazioni in oro che sono state create inserendo delle sottili lamine auree tra due strati di vetro che costituiscono la coppa.

Si tratta quindi di un reperto unico che il Direttore del Museo di Reggio ha voluto valorizzare opportunamente dandogli una posizione di rilievo all’interno del Museo.